Nel luglio del 1982 avevo dieci anni e mezzo e tutto andava per il verso giusto.

Le scuole erano terminate, l’Italia calcistica si apprestava a vincere il suo terzo Mondiale e i Rolling Stones erano impegnati in un Tour che avrebbe toccato anche l’Italia.

Suonarono a Torino e a quel concerto ci andai pure io, mi ci portò mio padre qualche ora dopo aver visto insieme la finale del Mondiale in un baretto affollato vicino a casa. 

Per me fu una giornata spettacolare!

Nel mese di agosto invece le cose cambiarono.

I miei genitori decisero di prendere in gestione una gelateria nel centro storico del paese dove vivevamo, si alternavano continuamente e quando non erano al lavoro riposavano in casa.

Mio padre ronfava a letto e lo si sentiva russare in tutto il quartiere, mia madre preferiva il divano con le braccia si proteggeva gli occhi dalla luce e non si ricordava mai di spegnere il televisore.

I miei fratelli erano a Dublino a trovare dei parenti di mia madre.

Sarei dovuto partire pure io, ma a fine giugno mi ero riempito il corpo di puntini rossi prima e di croste poi, e mamma aveva detto che era la varicella e non dovevo grattarmi per nessuna ragione al mondo.

L’avevo ascoltata e avevo superato quella fastidiosa malattia indenne, Bea, la mia sorellina invece no.

L’aveva presa anche lei, la seconda tra le mie sorelle, la più piccola di noi quattro fratelli, che aveva da poco iniziato a parlare e continuava a staccarsi quelle fastidiose crosticine e dopo le rimase un buco sulla fronte, il suo “segno particolare” sulla carta d’identità.

Nel mese di agosto avrei dovuto quindi, secondo i programmi di mia madre, studiare e fare i compiti delle vacanze per arrivare pronto per l’inizio della scuola a settembre ed evitare di farla diventar matta fin dalle prime lezioni.

<<Se non righi dritto, quest’anno ti mando al Collegio dai frati!>> mi aveva detto ed io avevo deciso di ascoltarla, quel suo avvertimento minaccioso aveva avuto l’effetto da lei desiderato.

Ogni mattinata mi alzavo, inzuppavo nel latte il pane con la marmellata ai lamponi che ci mandava la zia, ed iniziavo i compiti: leggevo brani, scrivevo raccontini su come trascorrevo le mie vacanze e mi divertivo con la geometria e con la matematica a risolvere quei rebus enigmatici detti anche “problemi di algebra” solo per intimorire chi deve affrontarli.

Studiavo fino all’ora di pranzo, poi con i miei genitori divoravo il pranzo per poi scappar subito fuori casa, prender la bicicletta per raggiungere i miei amici: Oscar, Marta, e Andrea.

Attraversavo il dedalo di viuzze del centro storico, che ormai conoscevo a memoria. Dovevo stare attento al pavé scivoloso, soprattutto dopo giornate di pioggia e nelle discese, non dovevo attraversare i binari del treno al passaggio a livello con il semaforo rosso e dovevo sempre gonfiare la gomma posteriore che lentamente si sgonfiava.

L’appuntamento era sempre sotto casa di Marta e Andrea che erano fratelli e vivevano nel palazzo più alto del paese in riva al lago. I vecchi in paese lo chiamavano “il grattacielo di vetro” ma esageravano, come in quasi tutti i loro racconti di storie passate, un po’ come quando ci dicevano di stare attenti a “Ul mostro del lac” facendo presa solo su Marta perché quel loro pesce gigantesco e mostruoso nessuno in realtà lo aveva mai visto…a parte forse qualche ubriacone.

Arrivavo all’appuntamento quasi sempre per ultimo perché, per il pranzo, la gelateria ci imponeva degli orari assurdi.

Il nostro divertimento era metterci in sella alle nostre biciclette e pedalare in gruppo, percorrere le stradine, le piazzette del centro, i vialoni alberati lungo lago, balzando di continuo dal marciapiede alla strada, impennando e frenando bloccando la ruota posteriore.

Ci sfidavamo nello salire a tutta forza le salitelle o nello scendere a “scavezzacollo” dalle irte discese. Frenare voleva dire “fare i conigli” ma soprattutto significava perdere decine di metri dagli altri.

Oscar era il più sveglio e il più coraggioso, o imprudente, e riusciva ad arrivare a quindici pedalate su una sola ruota e, quando era in vena, bloccava la bici frenando con il freno anteriore rimanendo per alcuni secondi in equilibrio sulla ruota davanti.

Nelle nostre sfide ci fregava quasi sempre tutti quanti; era alto come me, aveva il mio stesso fisico asciutto e agile ma non ho mai capito come facesse a fregarmi tutte le sante volte.

Dietro invece Marta se la giocava col fratello per evitare l’ultima posizione. Nonostante fosse una ragazza, vinceva quasi sempre lei, forse ciò accadeva solo perché Andrea era un po’ cicciottello e il più giovane di noi quattro.

Ogni tanto gironzolare per le stradine del paese portava ad andare incontro a guai. Non per noi ma per chi ci incontrava.

Almeno una volta a settimana ci armavamo di pistole ad acqua e bagnavamo chiunque trovassimo a tiro lungo il nostro percorso, le urla imprecanti ci facevano pedalare più in fretta. Andrea urlava “a manetta raga!!!” e per poco non rischiava di esser investito.

Una volta avevo bagnato un ragazzo più grande di me, lui non era un turista in villeggiatura, mi conosceva bene e me l’aveva giurata. Quando infatti, qualche giorno dopo mi aveva notato intento a vedere una partitella di calcio al campo sportivo, con una spinta mi aveva fatto rotolare giù per tutta la scarpata fino a farmi ritrovare a testa in giù in mezzo al campetto da calcio. I calciatori mi guardavano stupiti, il pubblico rideva a crepapelle, io invece mi ero rialzato subito, più arrabbiato che imbarazzato, incurante delle sbucciature sulle ginocchia e dei segni verdi lasciati dall’erba sui pantaloni chiari che mia madre mi aveva stirato con tanta cura. Avevo fissato quel maledetto per una marea di tempo, augurandogli le peggiori cose, fin quando l’arbitro mi aveva detto di andarmene fuori dalle scatole.

Qualche settimana dopo la madre di quel ragazzo era morta ed io iniziai a sentirmi in colpa, quasi a chiedermi se non avessi esagerato con le ingiurie che gli avevo “tirato”. Mi ero chiesto se davvero non fossi dotato di poteri paranormali e se portavo davvero iella. Avrei voluto scusarmi o fargli le condoglianze e dirgli con tono sommesso che dietro a quella perdita funesta probabilmente c’era il mio zampino…lasciai perdere ma mi feci un sacco di paranoie.

Il bello o il brutto di vivere in un paese era proprio di conoscere tantissime persone. Quando andavi in giro ti sentivi chiamare e salutare dall’amico di mio padre, dal compagno di classe, dall’amico di mia sorella…per contro se combinavi qualcosa tutti sapevano in un batter di ciglio chi era stato e dove trovarti.

I genitori di Andrea e Marta lavoravano al supermercato e fino alle sedici a casa non c’erano mai.

Oscar invece era orfano, o forse invece i genitori li aveva ma era stato abbandonato ed ora essi si trovavano  chissà dove.

Era arrivato in classe con me e Marta solo due anni prima all’inizio della terza. Da quando lo conoscevamo non lo avevamo mai visto insieme ad un adulto, ma mia madre ci aveva raccontato che a parlare con il maestro ci andava una signora molto anziana, che lo aveva adottato e con la quale viveva da quando era venuto ad abitare nel nostro paese.

Noi c’eravamo ben guardati dal chiedergli qualcosa in merito alla vecchia o all’adozione e più in generale al suo passato, ma lui non si faceva particolari problemi a descrivere la situazione di merda in cui viveva e i problemi che l’anziana donna gli creava.

Era un tipo divertente e sdrammatizzava sempre ogni cosa, evitando vittimismi.

A me era molto simpatico e faceva morire dal ridere anche perché, prima della signora anziana, aveva vissuto con un’altra famiglia in Toscana e quindi parlava con un accento buffo, senza pronunciare bene le “ch”, che era come se le aspirasse.

Quando insultava le persone urlava ad esempio: <<Ah froscio, la tu mamma, hon la hoha hola in hulo!>> e poi scappava e io quasi mi ribaltavo con la bici dal ridere.

Quando pioveva trascorrevamo tutto il pomeriggio a casa di Marta ed Andrea giocando a carte, a scopa, a briscola ma anche a ciapa no e alla peppa tencia.

A sette e mezzo non giocavamo quasi mai, lo trovavamo noioso e monotono; diventava divertente solo quando ci scommettevamo qualche soldo, cinque o dieci lire al massimo a giocata, o le caramelle.

Quando giocavamo a carte, ma anche quando facevamo qualche scommessa, chi perdeva doveva pagare pegno sempre tramite una penitenza e ancor prima doveva chiudere gli occhi e tirare un dito della mano del vincitore. 

Ogni dito aveva un tema corrispondente e si diceva “Cosa scegli? Dire, fare, baciare, lettera o testamento?” la mano quasi sempre ruotava e il malcapitato poteva in realtà scegliere solo una delle prime tre dita, a Marta toccava quasi sempre il bacio.

Nel 1982 Marta era la mia “fidanzata”. Questo voleva dire che alla domanda “Chi ti piace di più tra i ragazzi che conosci” lei aveva risposto il mio nome ed io il suo, questo voleva dire che potevo darle la mano e questo significava soprattutto che, ogni tanto, ci si poteva dare un bacino sulla guancia.

Marta piaceva anche ad Oscar e quando capitava che per penitenza doveva dare un bacio a lui, io diventavo rosso e mi arrabbiavo come un matto e non volevo più giocare a quel gioco e proponevo di andare al lago.

Ci affascinava da matti andare a giocare in riva al lago.

Quello era il nostro vero habitat naturale, lì potevamo fare ogni cosa, tutto quello che ci piaceva e ci passava per la testa. Inventavamo storie e situazioni di ogni genere.

I nostri genitori lo sapevano e si raccomandavano solo di non fare il bagno nel lago che era pericoloso perché si formavano i “mulinelli”, ovvero dei vortici che ti tiravano giù negli abissi e ti facevano affogare. Mio padre non mancava mai di leggermi articoli tratti dai giornali locali su annegamenti di ragazzi, ma spesso anche di adulti, nelle acque del nostro lago. Erano quasi sempre turisti che non conoscevano i segreti del lago e prendevano con troppa superficialità il bagno in acque dolci.

L’acqua era sempre sporca e piena di foglie, di rami e di oggetti di plastica vari, Andrea poi non sapeva neppure nuotare, per cui non avevo opposto tanta resistenza e avevo dato la mia parola a mio padre che non avrei mai fatto un tuffo nel lago.

Correvamo, giocavamo a nascondino, ai tre cantoni e inventavamo storie.

Improvvisavamo gare che vedevano vincere chi lanciava un sasso più lontano o chi faceva far più salti ai sassi piatti lanciati sullo specchio d’acqua. Ecco in quel gioco ero forte e davo filo da torcere a Oscar. Tutto stava nello scegliere bene il sasso più adatto.

Un giorno Marta aveva proposto di andare in bici fino alla collina sopra al paese, dove la via Montesanto, nascondeva il tetro sospetto che in passato quel posto fosse un cimitero. Ma era troppo caldo e la sua proposta era stata bocciata sul nascere.

Andrea invece aveva avuto un’idea molto più interessante ed allettante: andare con il pedalò all’Isola Verde.

L’Isola Verde era un isoletta che distava circa dieci minuti di motoscafo dal porticciolo e una mezz’ora con il pedalò dal posto in cui li noleggiavano.

Per quel che ne sapevo io, era disabitata, abbastanza piccola e con qualche pianta rara che cresceva solo lì. A scuola ci avevano detto anche che, al tempo dei pirati sul lago, era stata il rifugio di un gruppo di predatori che, dopo aver razziato gli artigiani e i commercianti dei paesini vicini che si affacciavano sulle sponde del lago, scappavano su barche e si nascondevano proprio su quell’isola per diversi giorni, senza destare sospetti ed esser scoperti da nessuno.

Non ero mai stato sull’Isola Verde e tanto meno su un pedalò.

Eravamo corsi subito al noleggio a chiedere informazioni e a stento avevamo trattenuto Oscar che già stava sciogliendo l’ormeggio del pedalò intonando le canzoni che ogni tanto sentivamo canticchiare dai pescatori del paese, giù vicino al porto.

Costava mille lire all’ora o tremila lire per mezza giornata; anche a metter insieme tutti i nostri spiccioli, in quel momento non arrivavamo che a poche centinaia di lire.

Tempo permettendo, avremmo dovuto rimandare la nostra avventura al giorno successivo.

Intanto si poteva tentare di racimolare qualche spicciolo con la raccolta delle bottiglie e delle lattine vuote; al supermercato pagavano ben cinquanta lire ogni vuoto reso.

Avevamo deciso di iniziare a cercare le lattine al parco della stazione, dove da qualche giorno, era iniziata la festa della birra, oltretutto era a meno di cinque minuti in bicicletta dal noleggio.

Tra le panche ed i tavoloni della festa tiravamo su un bel po’ di bottigliette e ogni volta urlavamo “una!”; mi ricordava quando andavo a funghi con mio padre che ad ogni fungo porcino trovato ci avvertiva in quel modo.

Raccattavamo più vuoti che potevamo evitando che qualcuno ci rubasse l’idea, Oscar si era fatto prendere la mano e qualche avventore si era ritrovato senza bottiglia di birra non ancora terminata.

Andrea aveva trovato anche un contenitore d’olio mezzo pieno, <<Pensa a rovesciarlo sulla panca…ah ah ah ah>> avevo detto e Oscar non se l’era fatto ripetere due volte. 

Ci eravamo appostati sotto ad un tavolo poco distante e senza perdere di vista la panca cosparsa d’olio, facevamo previsioni sul “fortunato” che da lì a breve si sarebbe seduto. Poi, finalmente, un gruppo di turisti tedeschi si era affrettato ad occupare quel tavolo e una grassona con la gonna bianca, era finita sopra la chiazza d’olio e non se ne era accorta, fino a quando, spostandosi di quel tanto che bastava, aveva capito che qualcosa non andava, che il suo corpo scivolava sulla panca quasi senza attrito.

Si era alzata mostrando il didietro al compagno che rideva come un matto ed io non avevo resistito, imitando Oscar, prima di fuggire a gambe levate, le avevo gridato <<Brutta hulona, ora ti si frigge in padella!>>.

La mattina dopo, il sole splendeva nel cielo e solo una piccola nube passeggera stonava in quella che si sarebbe potuta definire una splendida giornata.

Al termine della mia dose quotidiana di compiti, saltando il pranzo, mi ero fatto trovare alle tredici in punto a casa di Marta ed Andrea. 

Oscar era arrivato un po’ in ritardo, con un mozzicone di sigaretta acceso tra le labbra, <<Perché fumi?>> gli avevo chiesto, <<Perché l’hanno buttata via accesa che ce n’era ancora una metà buona e poi perché oggi sarà una giornata memorabile e io sarò il Capitano Grant!>>.

Oltre le mille lire a cui eravamo arrivati tra risparmi e vuoti resi, i miei genitori mi avevano dato altre duemila lire, e altre tremila lire le avevano recuperate i due fratelli.

Anche se ad Oscar la sua vecchia non aveva dato nulla, con i soldi che avevamo in tasca, avremmo potuto tranquillamente noleggiare il pedalò per mezza giornata, e mangiare un gelato al ritorno.

Non stavamo più nella pelle, Marta aveva anche comprato dei succhi d’aranciata e una confezione di Girelle, delle quali eravamo tutti ghiotti.

Il signore del noleggio ci stava aspettando e, conoscendo i nostri genitori, non aveva neppure voluto un nostro documento di identità.

<<Pensa che bello sarebbe scappare…>> aveva iniziato Oscar, <<…come farebbe a ritrovarci?>>.

<<Ma che cavolo dici, che conosce i nostri genitori!>> gli aveva subito risposto Marta, troncando sul nascere quelle proposte da mezzo delinquente che ogni tanto gli passavano per la testa.

All’andata io, Marta ed Andrea ci eravamo alternati a spingere sui pedali, vincendo la resistenza di una leggera corrente in senso contrario delle acque del lago.

Oscar invece se ne stava di prua a fare il Capitano della ciurma e ci urlava di continuo <<Pedalate miei prodi, forza, un-due, un-due…più in fretta!…cambio!>> e ad ogni “cambio” ben scandito noi ruotavamo di postazione, rischiando ogni volta di finire nell’acqua per la foga.

Poi verso metà viaggio, appena prima che noi pedalatori ci ammutinassimo, aveva preso il posto di Marta e con un secco <<Levati! Ora tocca a me!>> lei, che poverina era stanca morta, non aveva avuto la forza di rispondergli male, ci aveva sorriso, e si era fatta da parte per sdraiarsi a prendere il sole nel retro del pedalò.

Da quei posti Marta e Oscar non si erano più mossi, io ed Andrea, invece, continuavamo a fare cinque minuti a testa ai pedali. Ricordo che la stanchezza e la maglietta zuppa di sudore erano nulla a confronto della voglia di arrivare che avevamo dentro.

Arrivati sull’Isola Verde eravamo scesi all’impazzata fingendoci, più che malvagi pirati, degli esploratori curiosi pronti a commentare ogni cosa avessimo trovato.

<<Venite qua guardate: una scarpa!>> aveva detto Marta vedendo una suola con attaccato un po’ di cuoio <<sarà stata di un vecchio pirata, lui è morto, durante tutti questi anni, le sue ossa si sono decomposte ma la scarpa no, è rimasta integra, beh quasi integra, ed è arrivata fino ad oggi, per essere trovata da noi!>>.

<<Andrea, Oscar, Marta qui qualcuno ha mangiato da poco, ci sono scatolette di tonno vuote ed altre ancora piene, e come si fa poi a lasciare un panino al formaggio a metà?! …Con tutta la gente che muore di fame nel mondo>>, mi piaceva quella frase, la diceva sempre mia madre quando io od uno dei miei fratelli era tentato di avanzare qualcosa nel piatto, ed ormai l’avevo fatta mia.

Faceva effetto, mi arrivava al cuore, pensavo ai bambini neri seduti lungo le strade, dopo giorni di digiuno e alla fine spazzavo via tutto quel che rimaneva nel piatto, mosso più da pietismo verso i bambini che non avevano nulla da mangiare, che da vera fame.

Non eravamo ancora arrivati ad esplorare che metà dell’isola, quando Andrea ci aveva distolti da ogni interesse e occupazione <<Ragazzi venite qua, venite a vedere che grotta che ho trovato…qui c’è la caverna di un orso!>>.

Andrea era davanti a un buco, effettivamente molto grosso, che si infilava nel terreno, sembrava quasi un’enorme tana di volpe contornata da pietre, delle dimensioni di un pozzo, non si riusciva a vedere al suo interno e quindi quanto fosse grande e dove terminasse.

Al suo interno era molto buia e la luce del sole che penetrava non mostrava che qualche metro di quella galleria anomala, sicuramente realizzata dall’uomo.

Eravamo tutti e quattro sulla soglia, poi Oscar, e chi se non lui, aveva rotto gli indugi <<Io entro! E voi?!>> prima che potessimo rispondergli, non lo si vedeva già più.

Era pazzesco, era il ragazzo più impulsivo che avessi mai conosciuto e sono sicuro che, se avesse sentito lo stimolo giusto, sarebbe saltato giù da un treno in corsa o si sarebbe tuffato nel fuoco.

Marta voleva seguirlo immediatamente, io ero dubbioso, Andrea invece aveva paura e non voleva saperne di scendere giù in quegli inferi.

<<Aspetta Marta, sentiamo Oscar se dice che c’è qualcosa da vedere, magari non c’è nulla di divertente>> le avevo sussurrato, un po’ timoroso, trattenendola per la mano.

<<Oscar, mi senti? Oscar, cosa c’è lì dentro?!>>  avevo urlato, e dal profondo buio una voce lontana, che pareva provenire dall’oltretomba, mi aveva risposto <<Cavolo ragazzi non ci credereste mai…qui c’è una cosa incredibile!!!

Ci saranno almeno cento stecche di sigarette nuove ancora imballate e poi ci sono, oddio non ci credo, ci sono un sacco di soldi! Non è uno scherzo, siamo ricchi!!!>>.

Proprio mentre, vinte le ultime titubanze, ed attratti da quell’inaspettato tesoro, stavamo per scendere nella caverna anche noi, improvvisamente una forza bruta mi tratteneva.

In quel momento una mano enorme alle mie spalle mi aveva afferrato per la maglietta all’altezza del collo e aveva iniziato a stringere la presa e a tirarmi all’indietro. 

<<Aaaaaahhhhhhhhhh!!!Aiuto!!! Lasciami!!!>> avevo iniziato a gridare scalciando. Sentivo la sua pancia premere sulla mia schiena, l’altra sua manona cercava, senza successo, di prendere Marta, io tentavo di girarmi ma riuscivo ad intravedere solo una barba rossiccia foltissima sopra di me. Sentivo un respiro affannoso e dell’aria alcolica calda uscirgli dalle narici e perdersi tra i miei capelli.

Andrea e Marta urlavano come forsennati ed erano riusciti a non farsi prendere e a correre al pedalò. Immersi nell’acqua fino alla vita, in equilibrio instabile per via di quelle pietre viscide che da sempre sono il fondale del nostro lago, erano comunque riusciti a girare in tempi rapidissimi il pedalò.

Mi vedevo spacciato, non riuscivo ad intravedere una possibile via di fuga, nel vano tentativo di liberarmi avevo dato fondo a quasi tutte le poche energie che avevo in corpo, mi sentivo stanco ed iniziavo a sentire dolore sotto al mento dove l’orlo della maglietta mi aveva lacerato la pelle attorno al collo.

In quel momento Oscar, frastornato da quelle grida, uscì di corsa attento solo a dove mettere i piedi e dando la massima potenza ad ogni passo.

Con il sole in faccia era finito con il tirare, involontariamente, una testata pazzesca nelle parti intime del gigante, la mia maglietta per l’improvviso movimento dell’energumeno mi si era sfilata dal collo da sola, restando nel pugno di quell’orco.

Immediatamente ero scappato via in direzione del pedalò. Sentivo le urla di Oscar, ma senza voltarmi sapevo che il gigante era lontano, che era rimasto là alla caverna, avevo pochi secondi per raggiungere il pedalò.

Contravvenendo alla promessa fatta a mio padre, mi ero tuffato nelle acque del lago e dopo una ventina di bracciate nella massima foga, avevo raggiunto Andrea e Marta,  avevo raggiunto la mia salvezza.

<<Scappiamo, veloci, pedalate, …muoviamoci!>> mi veniva da vomitare, il cuore mi stava esplodendo nel petto, non avevo il coraggio di voltarmi e in quella folle nuotata avevo pure bevuto almeno un litro d’acqua.

I due fratelli continuavano a pedalare scompostamente e, quasi senza prendere fiato, non osavano voltarsi e dire una parola; stremato con un piede ancora nell’acqua, la vista mi si era annebbiata, macchie scure vorticose si erano sovrapposte al bel profilo di Marta, stavo per perdere i sensi, <<non vi…fermate>> era stata l’ultima cosa che ero riuscito a biascicare prima di svenire.

Solo il rumore di un motore, dopo una decina di minuti, mi fece riprendere conoscenza.

Era un gozzo che partiva dall’Isola Verde, era il gigante che, tenendo Oscar per un braccio, lasciava l’isola.

“Ecco, viene a prenderci” pensai. Invece il gozzo aveva preso la direzione opposta alla nostra, ovvero andando controcorrente aveva puntato verso Nord, verso chissà quali lidi.

Una volta arrivati a terra avevamo avvisato i pochi bagnanti che avevamo trovato ancora in spiaggia a quella tarda ora pomeridiana, il noleggiatore di pedalò e, successivamente, la Polizia che, al posto di partire immediatamente all’inseguimento del gozzo e del suo occupante, continuava a farci mille domande e a chiederci se non si trattava di uno scherzo nostro o di Oscar o se non fosse successo invece un incidente.

Quel giorno stesso comunque sull’Isola Verde la Polizia ci andò ma non trovò nulla di anomalo e nessuna traccia di Oscar o del “Gigante Cattivo” come ormai lo chiamavamo.

I nostri genitori non ci fecero uscire di casa per un sacco di tempo, ma nonostante questa punizione, Oscar non venne più ritrovato.

La prima settimana c’era stata la televisione, e i giornalisti avevano chiesto a mio padre se potevo rilasciare un’intervista per raccontare loro la mia disavventura, ma mio padre non aveva voluto, voleva che mi lasciassero in pace. Così sui giornali finirono solo i racconti di Andrea e Marta ma, leggendoli, non avrei saputo raccontare tutta la nostra avventura in modo migliore.

La Polizia decise, dopo un paio di settimane di ricerche, di chiudere il caso dicendo che, probabilmente, le cose erano andate diversamente.

Questo lo so perché mia madre, tutte le sere, prima che andassi a letto, mi chiedeva se era vera la storia del gigante cattivo o se non era invece che Oscar era caduto dal pedalò in acqua ed era poi annegato e ci si era inventato tutto per evitare severe punizioni. Era andata avanti per più di un mese con questa solfa, poi aveva deciso di non parlarne più.

Anche in paese iniziò a girare questa voce e quando i sommozzatori iniziarono a perlustrare le acque attorno all’Isola Verde, sperai non trovassero il cadavere di nessuno perché altrimenti saremmo finiti nei guai, anzi magari pure in galera a neanche undici anni per un crimine che non avevamo commesso.

<<Le acque del lago chissà, ormai, dove se lo saranno portato>> avevo sentito dire da dei miei compagni di classe il primo giorno di scuola. Neanche loro ci credevano.

Io, Marta e Andrea ne parlammo ancora invece, ma sempre di meno e cominciammo lentamente a rimuovere quell’episodio dai nostri pensieri, un po’ come uno stupro subito che si vuole dimenticare.

Più di sapere che fine avesse fatto Oscar, ciò che per me era insopportabile era il senso di colpa che avevo per esser scappato vigliaccamente dall’Isola Verde ed aver abbandonato dietro di me uno dei miei migliori amici in balia di un mostro.

I miei genitori tentavano di farmi capire che se fossimo rimasti lì tentando di salvarlo, a quest’ora il “gigante cattivo” avrebbe avuto con sé non solo Oscar ma anche noi, ma per me comunque era una magra consolazione.

Oscar, con quella sua improvvisa, provvidenziale apparizione fuori dalla caverna, mi aveva salvato la vita, ma io cosa avevo fatto per tentare di salvare la sua?

Niente.


Epilogo

Nel giorno del mio trentunesimo compleanno mi ero preso un giorno di ferie.

Mentre mia moglie era a casa in maternità, in attesa della nostra secondogenita, mi ero imposto di cercare e di trovare un lavoro in Svizzera.

Non potevo più andare fino a Milano ogni mattina; tutte quelle ore passate in auto in coda immerso nel traffico, tutto quello smog che mi dovevo sorbire ogni giorno, mi avevano stufato. Ora avevo una famiglia alla quale la figura paterna non sarebbe dovuta mancare mai.

In quella giornata avevo distribuito il mio curriculum a tutte le ditte e le imprese di costruzioni che amici e conoscenti vari mi avevano consigliato.

Durante il pranzo, mentre aspettavo che si raffreddasse una sana minestra di verdure, per evitare gli sguardi curiosi degli altri clienti che sempre si posano sui forestieri solitari, mi ero rifugiato nella lettura di un giornale locale.

Incredulo, non potevo credere ai miei occhi, fissavo la prima pagina, attonito non riuscivo a collegare a chi appartenessero quei lineamenti ossuti, a chi fosse riconducibile quel volto a me così familiare.

In prima pagina, sotto al titolo “Preso rapinatore ticinese a Parigi” c’era la foto di una persona che non vedevo da molto tempo.

Invecchiato di venti anni “Luigi Garavini” non poteva, in realtà, esser nessun altro che il mio vecchio amico Oscar.

Dimenticando il motivo che mi aveva portato quel giorno oltre confine, avevo preso il giornale pagandolo al ristoratore più del doppio del suo reale costo e tornando verso casa avevo trovato il tempo, nell’attesa che uno dei tanti semafori tornasse a brillare di luce verde, di leggere l’intero articolo.

Oscar rischiava quindici anni per una rapina compiuta a Parigi. La polizia francese era sicura avesse un complice che però era riuscito a fuggire e a farla franca. Pensai che sotto quel punto di vista Oscar non era davvero fortunato.

Avevo convissuto con quel senso di colpa per venti lunghi anni, ero riuscito a governarlo e a rinchiuderlo in un cassetto, ed ora riaffiorava tutto di colpo. 

Marta e Andrea abitavano ancora con i genitori nello stesso appartamento di quel “grattacielo” di tanti anni prima.

Dopo una lunga riunione a tre, l’idea che ci eravamo fatti era che il “gigante cattivo”, che ai tempi era un contrabbandiere, aveva rapito Oscar come ostaggio nella sua fuga da quel nascondiglio; ma indagando in seguito sul possibile riscatto che avrebbe potuto ottenere per il rilascio di quel povero orfanello, aveva deciso di tenerlo con sé e portarlo sulla strada della criminalità.

Probabilmente, il complice, che era riuscito a scappare nella recente rapina parigina, era proprio lui, il “gigante cattivo”.

Ormai era passato troppo tempo per scusarci, per dirgli che eravamo stati dei vigliacchi, che la sua anziana madre adottiva era morta sbattendosene altamente di lui e di quella vicenda, che la Polizia per lui non aveva mosso un dito.

Gli pagammo, in modo anonimo, prima la cauzione e poi l’avvocato, uno dei migliori avvocati in circolazione a Parigi.

Gli regalammo dieci anni di vita e riuscimmo a convivere un po’ meglio con il nostro senso di colpa.