Cornell University: il caso dei ‘Sette della vergogna’ scuote l’America e riapre il dibattito sulla violenza nei campus

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Una notte di ottobre che cambia tutto

Era il 19 ottobre 2024 quando una studentessa ventenne della Cornell University, identificata negli atti giudiziari come «Jane Doe», si trovò alla festa della confraternita Chi Phi di Ithaca, nello Stato di New York. Secondo la ricostruzione contenuta nella causa civile, la ragazza aveva bevuto in precedenza con alcune compagne e si era recata alla casa della confraternita per incontrare un amico. Da quel momento, stando all’accusa, la sua serata si trasformò in qualcosa di molto più grave.

Due membri della confraternita l’avrebbero indotta ad assumere ketamina, e nel giro di poche ore la situazione sarebbe degenerata. In una chat di gruppo su Snapchat riservata ai membri della Chi Phi, uno degli studenti avrebbe avvisato gli altri della presenza della ragazza, usando termini volgari. Secondo l’accusa, altri uomini si sarebbero uniti e lei sarebbe rimasta vittima di violenza sessuale per ore, in uno stato di incapacità tale da non poter esprimere alcun consenso.

Il cammino difficile verso la denuncia

Il giorno dopo la giovane tornò a casa e raccontò alle coinquiline di aver assunto sostanze e avuto rapporti con più uomini, senza definire subito quanto accaduto come uno stupro. Nelle settimane successive si confrontò con gli accusati tramite messaggi, espresse preoccupazione per la propria reputazione sul campus e cercò di minimizzare l’accaduto, almeno in apparenza.

Fu la lettura di un post su un forum online — dove un utente descriveva l’episodio come una violenza di gruppo — a segnare un punto di svolta nella sua percezione. Era la prima volta, avrebbe poi dichiarato, che qualcuno non la descriveva in termini offensivi, ma come una persona che aveva subito un’aggressione. Da quel momento, intorno al 28 ottobre, cominciò a chiedere conto agli accusati di quanto era successo.

L’8 novembre 2024 presentò una denuncia formale alla polizia del campus. Cornell avviò la procedura prevista dal Title IX, la normativa federale che impone agli atenei statunitensi di indagare sui casi di violenza sessuale, e sospese la sezione locale della Chi Phi.

Il processo disciplinare e le sanzioni contestate

L’università condusse almeno dodici udienze interne. Al termine del procedimento, però, solo due dei sette studenti coinvolti furono espulsi. Gli altri ricevettero sanzioni considerate da molti sproporzionate rispetto alla gravità delle accuse: sospensioni temporanee, partecipazione a workshop o, in alcuni casi, la stesura di un tema scritto. La procura della contea di Tompkins ritenne nel frattempo le prove insufficienti per procedere penalmente. Nessun arresto.

Per quasi due anni il caso rimase confinato agli ambienti interni dell’ateneo, senza esiti giudiziari pubblici.

La causa civile e l’esplosione mediatica

La situazione cambiò radicalmente il 16 settembre 2026, quando Jane Doe depositò una causa civile di 101 pagine contro la Cornell University, la confraternita Chi Phi e i sette ex-studenti. Il documento rese pubblica, per la prima volta in modo dettagliato, la ricostruzione degli eventi e le prove raccolte, inclusi i messaggi Snapchat.

Pochi giorni dopo, la redazione del Cornell Daily Sun, il giornale studentesco dell’ateneo, pubblicò i nomi dei sette convenuti in un editoriale dal titolo provocatorio: «Cornell non lo fa, lo facciamo noi». La notizia si diffuse rapidamente sui social network, trasformando il caso in un fenomeno mediatico nazionale.

Numerose personalità pubbliche presero posizione. L’attrice Florence Pugh definì quanto accaduto «un atto orribile» su Instagram, lamentando poi limitazioni al suo post da parte della piattaforma. Mariska Hargitay accusò Cornell di non aver protetto i propri studenti. Josh Gad parlò di «distruzione di una vita». La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, intervenne direttamente, ottenendo dalla presidenza dell’ateneo l’apertura di un’indagine indipendente.

Le versioni contrastanti e il grand jury

Il 28 settembre il procuratore Matthew Van Houten annunciò che il caso sarebbe stato sottoposto a un grand jury, l’organo giudiziario americano incaricato di valutare le prove e decidere se procedere con le incriminazioni. Il procuratore ha però preso le distanze da alcuni elementi della causa civile, sostenendo che nella dichiarazione resa alla polizia nel novembre 2024 la ragazza descriveva droga e rapporti sessuali come volontari e coscienti.

Le trascrizioni degli interrogatori raccontano però una realtà più articolata. In un passaggio Jane Doe descrive il primo rapporto sessuale come qualcosa che «nel complesso andava bene», ma di ciò che seguì dice: «Posso affermare con assoluta certezza di essere stata stuprata». In un altro verbale aggiunge: «Ero così ubriaca da non riuscire a prendere alcuna decisione. Per me era coercizione». Lo stesso Van Houten ha ammesso di non aver letto quella trascrizione.

Almeno tre degli accusati, tramite i rispettivi legali, hanno respinto ogni addebito penale. Uno ha definito le accuse «egoisticamente false». Un altro ha ammesso di aver inviato «sconsideratamente» uno dei messaggi Snapchat, negando però qualsiasi partecipazione ad atti sessuali.

Una lacuna nella legge e un dibattito aperto

Il caso ha riportato all’attenzione una criticità della legislazione dello Stato di New York: la cosiddetta «voluntary intoxication loophole». In sostanza, se la presunta vittima ha assunto volontariamente alcol o sostanze stupefacenti, risulta difficile sostenere un’accusa di stupro basata sull’incapacità di consentire. Due parlamentari statali hanno proposto una modifica normativa per consentire la condanna quando l’imputato «avrebbe ragionevolmente dovuto sapere» che la persona non era in grado di esprimere un consenso valido.

La procuratrice generale dello Stato, Letitia James, ha avviato un esame della gestione del caso da parte dell’ateneo. Il sindaco di Ithaca ha chiesto una moratoria sugli eventi studenteschi, mentre la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha parlato esplicitamente di «cultura dello stupro».

Cosa resta aperto

Il caso dei «Cornell Seven» pone domande scomode e ancora irrisolte: chi viene creduto e chi viene protetto, quanto sia efficace il sistema del Title IX, e quanto tempo possa impiegare una vittima per elaborare e riconoscere la propria esperienza come tale. Sullo sfondo resta la difficoltà oggettiva di determinare il consenso in situazioni in cui alcol e sostanze alterano la memoria e la percezione di tutte le persone coinvolte.

Il grand jury è ora chiamato a valutare le prove. Nel rispetto dei principi fondamentali del diritto, i sette accusati sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.

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