Data center e intelligenza artificiale: perché gli americani si ribellano alle fabbriche dell’IA alle elezioni di midterm 2026

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Un tema che unisce democratici e repubblicani: la resistenza ai data center

Nelle elezioni di midterm 2026, che coinvolgono tutti e 50 gli stati americani e i 435 distretti congressuali, un argomento inaspettato sta monopolizzando comizi e dibattiti: la crescente ostilità nei confronti dei data center dell’intelligenza artificiale. Si tratta di una posizione rara nel panorama politico americano, capace di attraversare i confini di partito e raccogliere consensi da entrambi gli schieramenti.

I sondaggi rivelano che quasi l’81% degli elettori democratici e oltre il 55% dei repubblicani si mostra contrario alla proliferazione incontrollata di questi impianti. Perfino all’interno del Partito Repubblicano emergono sfumature: i sostenitori meno radicali tendono a essere più critici rispetto alla base filo-Trump, che continua ad allinearsi alle posizioni del presidente. Nel giro di un solo anno, l’opposizione a questi impianti è quasi raddoppiata.

Dall’entusiasmo alla diffidenza: com’è cambiata la percezione dell’IA

Per anni i data center sono stati celebrati come simboli di progresso e modernità. Nella contea del nord della Virginia – considerata la capitale mondiale di questi impianti – la crescita dell’occupazione aveva superato quella dei territori circostanti la capitale federale. Le amministrazioni locali li accoglievano con entusiasmo, attratte dagli investimenti miliardari delle grandi aziende tecnologiche.

Oggi il clima è cambiato radicalmente. I data center sono diventati il volto concreto e visibile di una tecnologia che fino a poco tempo fa sembrava intangibile: l’intelligenza artificiale. Con questa maggiore visibilità sono arrivate anche le preoccupazioni, legate al consumo energetico, all’impatto ambientale, all’uso delle risorse idriche e alla trasformazione del territorio.

Donald Trump continua a difendere la strategia nazionale sull’IA, arrivando ad accusare chi si oppone ai data center di voler mantenere il Paese «povero e retrogrado». Ma la sua posizione sembra sempre più isolata rispetto all’umore dell’elettorato.

Il Texas: la nuova frontiera degli hyperscaler

Dopo la Virginia, il Texas è lo stato che ha registrato la crescita più intensa in questo settore. Attualmente conta 296 strutture operative, con un ulteriore 60% già in fase di pianificazione o costruzione. Google, Meta e OpenAI hanno annunciato investimenti complessivi superiori ai 60 miliardi di dollari per realizzare nello stato i cosiddetti «hyperscaler»: impianti di nuova generazione che non si limitano ad archiviare dati, ma elaborano e analizzano informazioni per alimentare i modelli di intelligenza artificiale.

In tutto il paese si stimano oltre tremila data center attivi, con almeno 1.500 progetti aggiuntivi in corso, concentrati soprattutto nel Midwest e nel Sud degli Stati Uniti.

Il rancher texano tra tradizione e tentazione

La nuova corsa all’oro tecnologica sta ridisegnando anche i rapporti tra terra e investitori. Hayden Scarborough, 29 anni, allevatore di Decatur, in Texas, racconta di emissari che bussano ai cancelli dei ranch con offerte in denaro. Per i giovani allevatori come lui, già alle prese con i costi imprenditoriali elevati, le oscillazioni del mercato del bestiame e l’impatto dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, la prospettiva di vendere terreni ai colossi tech rappresenta più di una semplice alternativa economica. La decisione governativa di importare carne bovina dall’estero per contenere i prezzi al consumo ha acuito il senso di abbandono tra chi lavora la terra.

Festus, Missouri: quando una comunità dice no ai miliardi

Tra tutte le realtà locali che si sono opposte all’arrivo dei data center, una piccola città del Missouri è diventata il simbolo nazionale della resistenza. Festus, poche migliaia di abitanti nella periferia di St. Louis, a poca distanza dal Mississippi, aveva inizialmente approvato un progetto dal valore di 6 miliardi di dollari, con la promessa di 32 milioni di entrate fiscali annue per i prossimi 25 anni.

La risposta dei cittadini non si è fatta attendere:

  • Quattromila persone hanno firmato una petizione per rimuovere il sindaco e i consiglieri comunali favorevoli al progetto.
  • La battaglia è approdata nei tribunali della Contea di Jefferson.
  • Il movimento locale ha trasformato Festus in un punto di riferimento per chi, in tutto il paese, si batte contro l’insediamento di questi impianti.

Per gli abitanti di Festus i benefici economici promessi non compensano l’impatto diretto sulla qualità della vita, sul territorio e sulle risorse naturali. Una posizione che riassume efficacemente il sentimento di molte altre comunità americane.

Moratorie e freni: il cambio di rotta delle amministrazioni locali

Quello che sta emergendo in questa campagna elettorale è un cambiamento strutturale nell’atteggiamento delle istituzioni locali. Molte amministrazioni che in passato avrebbero aperto le porte a qualsiasi investimento tecnologico stanno oggi chiedendo moratorie e regolamentazioni più stringenti. La corsa alla costruzione di data center, fino a poco fa considerata sinonimo di sviluppo, viene ora valutata con maggiore cautela, tenendo conto dei costi ambientali, energetici e sociali.

Il dibattito non riguarda solo la localizzazione fisica degli impianti, ma tocca temi più profondi: il controllo democratico sulle infrastrutture tecnologiche, la distribuzione dei benefici economici, il diritto delle comunità a decidere del proprio territorio.

Una questione che va oltre le urne

Le elezioni di midterm 2026 potrebbero segnare un punto di svolta nella relazione tra gli Stati Uniti e la propria industria tecnologica. Per la prima volta, l’opposizione ai data center non è appannaggio di una nicchia ambientalista o di una fazione politica specifica, ma attraversa trasversalmente la società americana. La sfida, per legislatori e aziende, sarà trovare un equilibrio tra la corsa globale all’intelligenza artificiale e le legittime preoccupazioni di chi vive accanto a queste strutture — e che alle urne ha finalmente trovato voce.

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