L’addio americano all’Iraq: una pagina di storia si chiude
Il Pentagono ha reso ufficiale quello che molti attendevano da tempo: le ultime truppe statunitensi hanno lasciato l’Iraq. La partenza è avvenuta dalla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, sancendo la conclusione di un accordo formale tra Baghdad e Washington. Si chiude così un capitolo durato oltre due decenni, segnato da guerre, instabilità e una presenza militare spesso controversa.
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha descritto il ritiro come ordinato e ha sottolineato come rappresenti il coronamento di una campagna antiterrorismo durata dodici anni, culminata nella sconfitta dello Stato Islamico come forza militare organizzata. D’ora in poi, la sicurezza del Paese sarà affidata direttamente alle forze irachene, mentre Washington manterrà un ruolo residuale limitato all’addestramento e al supporto intelligence.
Dal 2003 a oggi: una storia di interventi e conflitti
Per comprendere la portata di questo momento, è necessario ripercorrere brevemente la cronologia degli eventi. Nel 2003, l’amministrazione Bush guidò l’invasione dell’Iraq con l’obiettivo dichiarato di smantellare un presunto programma di armi di distruzione di massa. La giustificazione si rivelò infondata, ma il regime di Saddam Hussein cadde comunque. Le truppe americane lasciarono il Paese per la prima volta nel 2011.
Il ritorno avvenne nel 2014, su esplicita richiesta di Baghdad, per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico che aveva conquistato vastissimi territori tra Iraq e Siria. Una coalizione internazionale, alla quale partecipò anche la Germania con la Bundeswehr, riuscì a sconfiggere militarmente il gruppo jihadista: nel 2017 in Iraq e nel 2019 in Siria. Nel 2024, con l’IS ridotto a cellule sparse e ancora in grado di compiere attentati isolati, i due governi hanno concordato la fine formale della missione.
Baghdad assume il controllo: le parole del premier al-Zaidi
Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha accolto il ritiro come un segnale di piena sovranità recuperata. L’Iraq, ha dichiarato, si assume ora l’intera responsabilità della propria sicurezza nazionale. Al tempo stesso, ha tenuto a precisare che la fine della missione internazionale non equivale alla fine della lotta al terrorismo, e ha promesso che i gruppi armati non statali non potranno continuare a operare con le proprie armi in modo autonomo.
Tuttavia, il processo di disarmo e integrazione delle milizie negli apparati ufficiali dello Stato, che avrebbe dovuto accompagnare il ritiro americano, è stato rinviato a giugno 2027. Le fazioni più potenti si rifiutano di consegnare le armi, e un eventuale disarmo forzato potrebbe aprire una nuova stagione di violenze interne.
Le milizie filoiraniane: tra esultanza e minacce
La reazione delle milizie legate all’Iran è stata tutt’altro che uniforme. Da un lato, gruppi come Asaib Ahl al-Haq hanno celebrato il ritiro come una vittoria della resistenza contro la presenza straniera, chiedendo contestualmente l’allontanamento anche delle truppe turche nel nord del Paese.
Toni ben più preoccupanti sono arrivati da Kata’ib Hezbollah, milizia sciita nata nel 2003 sull’onda dell’invasione americana e oggi inquadrata nelle Forze di Mobilitazione Popolare. Il gruppo, storicamente vicino a Teheran e spesso in aperto contrasto con le forze USA, ha minacciato di rovesciare il governo al-Zaidi con ogni mezzo qualora questo agisse contro gli interessi del popolo, arrivando persino a prospettare l’abbattimento di aerei nemici nello spazio aereo iracheno. Una retorica che suona come un avvertimento diretto tanto a Baghdad quanto a Washington.
Su posizioni diverse si colloca invece l’influente leader religioso sciita Muqtada al-Sadr, che ha chiesto agli Stati Uniti un risarcimento per i danni causati dall’occupazione, avvertendo al contempo Washington e i Paesi vicini di non interferire negli affari interni iracheni.
Il fronte regionale: Iran, tensioni e attacchi incrociati
Il ritiro americano si inserisce in un contesto regionale estremamente volatile. Negli ultimi anni il suolo iracheno è diventato palcoscenico di uno scontro a bassa intensità tra Washington e Teheran. Nel 2020, un attacco drone americano a Baghdad eliminò il generale iraniano Qassem Soleimani e il leader di Kata’ib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, in un episodio che portò il Medio Oriente sull’orlo di una guerra aperta.
Con l’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran — scoppiato il 28 febbraio — la situazione si è ulteriormente deteriorata. Le milizie filoiraniane hanno colpito obiettivi americani in Iraq, tra cui l’ambasciata a Baghdad e la stessa base di Erbil. L’esercito USA ha risposto con attacchi mirati contro le milizie. Nel frattempo, dall’Iraq sarebbero stati condotti attacchi anche contro l’Arabia Saudita, con danni a un importante oleodotto. Nel Paese risulterebbero presenti anche combattenti degli Houthi yemeniti e dell’Hezbollah libanese.
I curdi e la questione tedesca: due incognite aperte
Tra le preoccupazioni più concrete che seguono al ritiro americano figura la situazione del Kurdistan iracheno. La regione, già duramente provata dai conflitti passati, si trova ora in una posizione di maggiore vulnerabilità, privata di una presenza militare che per anni ha rappresentato una garanzia di stabilità relativa.
Resta aperta anche la questione della presenza tedesca. Il mandato della Bundeswehr, che prevede fino a 500 militari sul territorio, scade a gennaio. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha tuttavia lasciato intendere che la Germania potrebbe mantenere una presenza a Erbil anche oltre la fine formale della missione multinazionale.
Un futuro incerto tra sovranità e instabilità
Il ritiro americano dall’Iraq rappresenta un evento storico di rilievo, ma non chiude i conti con la complessità del Paese. La fine di una missione militare non equivale alla fine delle tensioni: le milizie armate sono ancora sul campo, il processo di disarmo è bloccato, e il contesto regionale rimane infuocato.
L’Iraq si trova ora a un bivio: consolidare la propria sovranità affrontando le forze interne che ne minacciano la stabilità, oppure rischiare di diventare nuovamente teatro di conflitti tra potenze esterne. La risposta dipenderà in larga misura dalla capacità del governo di Baghdad di affermare la propria autorità, e dalla volontà delle milizie di accettarla.

