Panorama della società svizzera 2020: migrazione – integrazione – partecipazione.

Le persone immigrate in Svizzera presentano notevoli differenze in termini di livello di formazione, situazione professionale, età, statuto migratorio e Paese d’origine. Inoltre, l’integrazione nel mercato del lavoro avviene rapidamente ma non integralmente, e reddito e sostanza delle economie domestiche con passato migratorio sono inferiori. Gran parte delle persone immigrate lascia nuovamente la Svizzera in un secondo momento. È quanto risulta dalla prima edizione della serie di pubblicazioni Panorama della società svizzera a cura dell’Ufficio federale di statistica (UST) e delle università di Neuchâtel e Friburgo.

In tale pubblicazione, specialisti del settore universitario e della statistica pubblica hanno studiato una serie di aspetti attinenti ai temi della migrazione, dell’integrazione e della partecipazione. A essere presentate sono principalmente (ma non esclusivamente) ricerche sull’immigrazione in provenienza dai Paesi dell’UE/AELS indotta dal mercato del lavoro. 

Oltre un terzo della popolazione ha un legame con la migrazione

Come spiega Florence Bartosik nel primo capitolo, l’UST distingue tre categorie di migranti e relativi discendenti. La popolazione di nazionalità straniera comprende circa 2,1 milioni di persone (il 25% del totale), quella nata all’estero circa 2,6 milioni di persone (il 30%) e quella dai 15 anni in su con passato migratorio circa 2,7 milioni di persone (il 38%). Il sistema di indicatori sviluppato dall’UST misura l’integrazione della popolazione con passato migratorio. Dai risultati emerge tra l’altro che le persone immigrate presentano la quota maggiore di persone con un diploma di grado terziario. 

Le differenze diminuiscono, ma non spariscono

Per studiare i processi migratori sono indispensabili analisi longitudinali. È quanto dimostra Philippe Wanner nel secondo capitolo. L’integrazione nella società svizzera per quanto riguarda il mercato del lavoro, la lingua e la partecipazione sociale migliora con l’aumentare della durata del soggiorno. Le differenze in termini di reddito da lavoro medio tra persone con e senza passato migratorio diminuiscono in modo netto (di ca. 10–15 punti percentuali) in particolare nei primi anni di soggiorno. Ma questa tendenza si affievolisce, specialmente nel caso degli uomini e dopo una durata di soggiorno di cinque anni. Vi sono inoltre grandi differenze a seconda della provenienza e delle caratteristiche sociodemografiche.

Questi risultati sono confermati nel terzo capitolo da Sandro Favre, Reto Föllmi e Josef Zweimüller. Il tasso di occupazione delle persone immigrate, nettamente inferiore nell’anno della migrazione, aumenta parallelamente alla durata del soggiorno. Il tasso d’attività professionale nell’anno della migrazione si attesta invece ben al di sotto di quello delle persone nate in Svizzera. Questo scarto si affievolisce nel corso del soggiorno, senza tuttavia sparire del tutto (dopo 5 anni: da 16 a 4 punti percentuali per gli uomini; da 37 a 13 per le donne). Un terzo delle persone immigrate lascia nuovamente la Svizzera entro un anno, mentre la metà di esse rimane per più di tre anni. 

Reddito e sostanza inferiori per le economie domestiche con passato migratorio

Nel quarto capitolo Laura Ravazzini, Christoph Halbmeier e Christian Suter confrontano il reddito e la sostanza delle economie domestiche con e senza passato migratorio in Svizzera e in Germania. In entrambi i Paesi le economie domestiche con passato migratorio presentano un reddito disponibile equivalente e una sostanza inferiori. Un fattore importante è che in generale le dimensioni delle economie domestiche con passato migratorio sono maggiori e quindi il reddito e la sostanza sono condivisi da più persone. Inoltre, per queste economie domestiche è più raro possedere un’abitazione di proprietà, in Svizzera ancor più che in Germania.

I contributi versati alle assicurazioni sociali superano le prestazioni ricevute

Il contributo della popolazione immigrata al sistema svizzero della sicurezza sociale varia in funzione del settore (ad es. AVS, ACI, aiuto sociale). Diversi studi dimostrano comunque che tutto sommato le persone immigrate contribuiscono più di quanto beneficino delle prestazioni, e che i loro contributi fiscali hanno ripercussioni positive sul prodotto interno lordo, come esposto da Monica Budowski, Eveline Odermatt e Sebastian Schief nel quinto capitolo. La trasmissibilità delle prestazioni sociali tra Paesi può rappresentare un problema in caso di rientro in patria. In tal caso, hanno un ruolo fondamentale le convenzioni di sicurezza sociale. Inoltre, per i migranti può rivelarsi difficile orientarsi nella complessità del sistema sociale.

Marcate differenze cantonali per quanto concerne la migrazione interna e l’accesso alla cittadinanza

La migrazione interna è l’oggetto del sesto capitolo, a cura di Jonathan Zufferey. Dalle ricerche emerge che ogni anno circa il 9% della popolazione della Svizzera cambia residenza e che nel corso della vita una persona trasloca in media 7,5 volte, anche se perlopiù all’interno dello stesso Comune. Le migrazioni interne che comportano uno spostamento superiore ai 100 chilometri rappresentano soltanto il 2% dei casi. Sono molto rare anche le migrazioni attraverso le frontiere linguistiche. Nei Cantoni con agglomerati di grandi dimensioni, le partenze sono relativamente meno frequenti. A cambiare residenza più spesso sono le persone giovani e quelle con passato migratorio. 

Nel settimo capitolo, Marion Aeberli e Gianni D’Amato fanno luce sulle differenze esistenti tra i Cantoni nell’accesso alla cittadinanza e sui fattori che influenzano la prassi amministrativa in materia di politica d’integrazione. Più un Cantone presenta un orientamento liberale a livello politico, più è probabile che segua una prassi che promuove l’integrazione. Nei Cantoni con una forte diversità e un elevato grado di urbanizzazione, la popolazione è più liberale e aperta nei confronti della multiculturalità. Il fatto di aver preso in considerazione fattori individuali consente di dedurre che l’atteggiamento nei confronti della diversità ha a che fare con le condizioni di vita, il passato migratorio e le convinzioni politiche.