Un ghiacciaio ticinese con i giorni contati
Guardare il ghiacciaio del Basòdino oggi significa osservare qualcosa che sta scomparendo sotto i propri occhi. Situato in alta Vallemaggia, nel Canton Ticino, questo storico corpo glaciale sta attraversando una fase di deterioramento così rapida da sorprendere persino gli esperti. Il glaciologo Matthias Huss descrive una perdita di spessore del ghiaccio pari a quattro metri solo nell’ultimo anno: numeri difficili da immaginare e ancora più difficili da accettare.
Secondo le sue stime, il Basòdino potrebbe cessare di esistere entro un arco di tempo compreso tra i dieci e i vent’anni. Non si tratta di un’ipotesi catastrofista, ma di una proiezione basata sullo stato attuale del ghiaccio, ormai troppo sottile per resistere alle temperature crescenti.
Il circolo vizioso delle rocce affioranti
Uno degli elementi più preoccupanti riguarda un fenomeno apparentemente secondario ma dagli effetti devastanti: l’affioramento di isole rocciose sulla superficie del ghiacciaio. Man mano che il ghiaccio si assottiglia, le rocce emergono e si espongono al sole, assorbendo calore e rilasciandolo al ghiaccio circostante. Il risultato è un’accelerazione ulteriore della fusione, in un circolo vizioso che si autoalimenta e che è estremamente difficile da interrompere.
Il Basòdino, inoltre, non sta semplicemente arretando verso quote più alte come avviene con altri ghiacciai: si sta frammentando, perdendo coerenza strutturale. Questo tipo di degrado è considerato particolarmente critico dai glaciologi perché non lascia margini di recupero.
Un inverno senza neve al Sud delle Alpi
La situazione del Basòdino non può essere compresa senza considerare il contesto climatico stagionale. Lo scorso inverno ha portato precipitazioni nevose nettamente inferiori alla norma nel versante meridionale delle Alpi, privando i ghiacciai ticinesi di quella riserva di neve che, nei mesi freddi, ne rallenta il ritiro estivo. Il confronto con l’Oberland bernese, dove l’innevamento è stato più abbondante, rende evidente come le differenze geografiche influenzino in modo significativo la velocità di scioglimento — pur senza cambiare il quadro generale, che rimane critico su scala nazionale.
Il 2026: un anno nero per i ghiacciai svizzeri
I dati del monitoraggio glaciologico per il 2026 parlano chiaro: i ghiacciai svizzeri hanno perso complessivamente il 5,5% del proprio volume in un solo anno. Nell’arco degli ultimi cinque anni è scomparso quasi un quinto della massa glaciale alpina totale. Per dare un senso alla portata del fenomeno, basta considerare che la velocità di scioglimento negli ultimi cinque anni è raddoppiata rispetto a qualsiasi precedente quinquennio registrato, fin dall’inizio delle misurazioni sistematiche oltre un secolo fa.
Quest’anno si stima che in Svizzera siano scomparsi diverse dozzine di ghiacciai. I dati ufficiali saranno disponibili con il prossimo inventario nazionale, ma due casi sono già documentati con certezza: la Bella Tola in Vallese e il ghiacciaio del Gries, anch’esso nel Canton Vallese. Un ghiacciaio viene considerato ufficialmente scomparso quando la sua superficie scende al di sotto di un ettaro, ovvero una dimensione inferiore a quella di un campo da calcio.
Cosa resta se non si cambia rotta
Le proiezioni future dipendono in modo diretto dalle scelte politiche e industriali globali in materia di emissioni. Gli scenari elaborati dagli esperti tracciano due possibili futuri:
- Con un contenimento efficace del riscaldamento globale, entro il 2100 resterebbe circa il 10% del volume attuale dei ghiacciai svizzeri, concentrato esclusivamente oltre i 4.000 metri di quota.
- Senza una significativa riduzione delle emissioni di CO2, tra settant’anni la Svizzera potrebbe non avere più alcun ghiacciaio.
Il Basòdino non raggiunge i 4.000 metri: il suo destino appare dunque segnato indipendentemente dagli scenari, a meno di cambiamenti climatici straordinariamente rapidi e profondi.
Conseguenze oltre il paesaggio
La scomparsa dei ghiacciai alpini non è solo una perdita estetica o simbolica. Le riserve idriche che alimentano fiumi, laghi e impianti idroelettrici dipendono in misura rilevante dallo scioglimento glaciale stagionale. La progressiva riduzione di queste riserve pone interrogativi concreti sulla disponibilità futura di acqua e sul funzionamento del sistema energetico svizzero, fortemente basato sull’idroelettrico.
Le comunità di montagna si trovano già oggi a dover ripensare il proprio rapporto con il territorio: meno ghiaccio significa paesaggi che cambiano, pendii instabili, nuovi laghi glaciali e rischi geomorfologici inediti. L’adattamento è possibile, ma richiede risorse, pianificazione e una consapevolezza collettiva che ancora fatica ad affermarsi.
Un segnale che non si può ignorare
Il Basòdino è diventato, suo malgrado, un simbolo visibile e misurabile di una crisi climatica che troppo spesso si tende a percepire come astratta o lontana. I quattro metri di ghiaccio perduti in un anno, le rocce che affiorano, le dozzine di ghiacciai già scomparsi: sono dati concreti, non proiezioni. E parlano di un cambiamento che è già in corso, qui, sulle Alpi svizzere, a portata di sguardo.


