Salvataggio Credit Suisse: le condizioni di UBS, gli AT1 azzerati e i dubbi sulla legalità dell’operazione

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La trattativa tra Berna e UBS: un foglio A4 con pretese ambiziose

Dietro il salvataggio di Credit Suisse nel marzo 2023 si nasconde una trattativa molto più tesa di quanto emerso finora. Lo rivela la consigliera federale Karin Keller-Sutter, titolare del Dipartimento federale delle Finanze, in alcune dichiarazioni rilasciate a CH Media che aprono una finestra inedita su quelle ore concitate.

Secondo la ministra, al primo tavolo negoziale i rappresentanti di UBS si presentarono con una richiesta netta: una garanzia statale totale da parte della Confederazione. La risposta di Keller-Sutter fu altrettanto diretta: se la Svizzera doveva coprire tutto il rischio, tanto valeva procedere alla liquidazione della banca. Solo da quel punto di partenza, racconta, si riuscì a costruire un’intesa alternativa.

L’accordo finale: garanzie limitate e una rinuncia

Il compromesso raggiunto prevedeva due livelli di copertura pubblica:

  • 100 miliardi di franchi di garanzie federali a favore della Banca nazionale svizzera;
  • 9 miliardi di franchi a favore di UBS, attivabili però solo dopo i primi cinque miliardi di perdite a carico della banca stessa.

Quest’ultima tranche fu poi abbandonata da UBS nell’agosto 2023. Keller-Sutter definisce l’intera operazione un «peccato originale di politica economica», pur ammettendo che le circostanze non lasciavano grande margine di manovra. Al tempo stesso, respinge l’idea che UBS abbia agito da benefattrice: l’acquisizione, sottolinea, era anche nell’interesse della banca acquirente, che si era preparata proprio a questo scenario.

Il nodo degli AT1: un azzeramento da 16,5 miliardi

Il capitolo più controverso riguarda le obbligazioni AT1 di Credit Suisse, strumenti finanziari subordinati per un valore complessivo di circa 16,5 miliardi di franchi, cancellati su ordine della Finma nella notte tra il 18 e il 19 marzo 2023. La ministra non entra nel dettaglio di questa decisione, ma le sue parole offrono spunti di lettura importanti.

Fino a ora, dal fronte UBS, era stato il presidente Colm Kelleher a sostenere pubblicamente che l’azzeramento fosse una condizione necessaria per concludere l’accordo. Le nuove dichiarazioni di Keller-Sutter sembrano però suggerire una dinamica diversa: la cancellazione degli AT1 sarebbe emersa come soluzione intermedia, un cuscinetto supplementare per colmare il divario tra le pretese di UBS e ciò che la Confederazione era disposta a concedere.

La ricostruzione dei giuristi: una condizione, ma non quella di partenza

A leggere i fatti in chiave giuridica sono due esperti che assistono i detentori di AT1 nei ricorsi pendenti: il giurista Philipp H. Haberbeck e l’avvocato luganese Dario Item, esperto di diritto finanziario.

Secondo la loro analisi, il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) permette di ricostruire la cronologia con precisione:

  • Il 16 marzo 2023: la svalutazione degli AT1 compare nelle richieste «riviste» presentate da UBS;
  • Il 18 marzo: la Finma viene informata che si tratta di una componente «necessaria e non negoziabile»;
  • Il 19 marzo pomeriggio: Credit Suisse scrive alla Finma segnalando che le misure riguardano la liquidità, non il capitale, e che l’azzeramento costituirebbe un vantaggio ingiustificato per gli azionisti dell’acquirente;
  • La sera del 19 marzo: entra in vigore il nuovo articolo 5a dell’ordinanza d’urgenza, che autorizza espressamente la Finma a ordinare la cancellazione. La notifica arriva poco dopo le 22.

Per Haberbeck e Item, questa sequenza rivela uno sviamento dallo scopo degli strumenti AT1. Questi bond nascono per assorbire le perdite di una banca in crisi e tenerla in vita, non per rendere più attraente un’acquisizione agli occhi di un terzo acquirente. Soddisfare le condizioni poste da UBS, sostengono, non equivaleva a soddisfare i presupposti normativi previsti per l’azzeramento delle obbligazioni.

La sentenza del Tribunale amministrativo federale e il ricorso al Tribunale federale

Nell’ottobre 2025, il Tribunale amministrativo federale ha emesso una sentenza pilota a favore degli oltre tremila ricorrenti, dichiarando illegittima la cancellazione degli AT1. Le motivazioni principali sono due: Credit Suisse risultava sufficientemente capitalizzata al momento dell’operazione, e l’articolo 5a dell’ordinanza d’urgenza non superava il vaglio dei requisiti costituzionali.

Sia la Finma che UBS hanno impugnato la decisione davanti al Tribunale federale. Il procedimento, secondo fonti informate, resterà pendente almeno fino all’inizio del 2027.

Un interrogativo che va oltre i tecnicismi giuridici

Al centro del dibattito resta una domanda di fondo, che travalica i confini del diritto finanziario: l’azzeramento degli AT1 fu una conseguenza automatica del verificarsi di condizioni previste dalla legge, oppure il risultato di una strategia concordata tra la Confederazione e UBS, costruita a posteriori sulla base di un esito già deciso?

Per Item, in uno Stato di diritto sono la legge e il contratto a fissare in anticipo le condizioni che producono determinati effetti giuridici. Se invece la sequenza è stata invertita — prima il risultato, poi la ricerca di una giustificazione normativa — si apre un problema serio di legittimità che il Tribunale federale sarà chiamato a risolvere.

Nel frattempo, il dibattito parlamentare sulla «Lex UBS» — la normativa che inasprisce i requisiti di capitale per le banche di rilevanza sistemica — prosegue in un clima di crescente tensione tra il governo federale e il colosso bancario, alimentato proprio dalle rivelazioni di questi giorni.

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