Le montagne svizzere stanno cambiando faccia. Non lentamente, come si potrebbe immaginare osservando una catena alpina millenaria, ma a una velocità che lascia senza parole chi quelle vette le frequenta da decenni. La rete svizzera di monitoraggio glaciologico GLAMOS stima che solo in questa stagione estiva potrebbero sparire fino a una trentina di ghiacciai. Un dato che, messo in fila con quello del decennio precedente — 160 ghiacciai scomparsi tra il 2016 e il 2026 — delinea un’emergenza silenziosa ma profonda.
Il Bella Tola, un simbolo che non c’è più
A fare da specchio a questa crisi è la recente scomparsa del ghiacciaio del Bella Tola, situato sopra Saint-Luc, in Vallese, tra la Val d’Anniviers e la valle di Turtmann. Una fotografia diffusa nelle scorse settimane ha mostrato quello che resta: non ghiaccio, non neve, ma roccia grigia e silenziosa.
Il glaciologo e guida alpina Jérémie Gentizon ha visitato il sito con la troupe della RTS e la sua testimonianza è inequivocabile: si aspettava di trovare almeno qualche traccia dei colori caratteristici del ghiaccio, il bianco o il blu tipici di questi ambienti. Invece ha trovato un paesaggio puramente minerale. «Il ghiaccio non è più visibile», ha dichiarato, parlando apertamente di «morte di questo ghiacciaio».
Per gli abitanti di Saint-Luc la perdita ha un peso anche emotivo. Gaëtan Salamin, che osserva il fondovalle ogni mattina, descrive un dolore concreto nel vedere sparire a quella velocità qualcosa che era parte integrante dell’identità locale. Non a caso, il Bella Tola era uno dei simboli del villaggio, tanto che nella cantina locale si serve ancora il tradizionale vin du glacier, il vino del ghiacciaio che porta nel nome la memoria di ciò che si sta perdendo.
Il ghiacciaio di Moiry e la memoria del pastore
Qualche chilometro più in alto, sopra Grimentz, il ghiacciaio di Moiry resiste ancora, ma il suo arretramento è ormai sistematico. Philippe Genoud, che porta gli animali al pascolo in quella zona fin dall’infanzia, offre una prospettiva storica potente: nel 1969 la lingua del ghiacciaio raggiungeva il piccolo lago di accumulo sottostante. Oggi la distanza tra quei due punti è diventata la misura visibile di una catastrofe ambientale.
Il Rodano: turismo e addio alla grotta di ghiaccio
Lungo il passo della Furka, il ghiacciaio del Rodano continua ad attirare visitatori da ogni parte del mondo, ma l’attrazione più celebre del sito — la grotta scavata nel ghiaccio — è ormai una testimonianza in agonia. La massa glaciale che la ospita si sta sciogliendo progressivamente, tanto da essere protetta con teli isolanti e da risultare oggi separata dal ghiacciaio principale. In vent’anni si è perso quasi un chilometro di ghiaccio, mentre i soli mesi estivi hanno eroso oltre quattro metri in spessore. Il Consiglio di Stato vallesano ha disposto la chiusura della grotta.
Lo scrittore e giornalista Thierry Raboud, che ha dedicato un libro e una mostra a questo luogo, ricorda quando da bambino camminava sotto una volta di ghiaccio alta una ventina di metri, in una grotta che si estendeva per circa cento metri. Il confronto con lo stato attuale lo porta a un’immagine forte: «Non siamo più su un ghiacciaio, siamo sulla scena di un crimine». La sua conclusione è allo stesso tempo rassegnata e lucida: «Dobbiamo imparare a immaginare una Svizzera senza ghiacciai».
Nuova vita dove c’era il ghiaccio
La perdita di un ecosistema glaciale non è solo una ferita. Paradossalmente, lascia spazio a nuove forme di vita. A Trient, nella zona del Parco naturale regionale della Valle di Trient, i ricercatori stanno osservando una colonizzazione biologica sorprendentemente rapida delle superfici liberate dal ritiro dei ghiacci.
Il biologo e codirettore del parco Adrien Favre sottolinea la velocità con cui le specie vegetali e animali stanno occupando questi nuovi habitat. Tra le scoperte più significative, quella di tre nuove specie di collemboli, minuscoli organismi che vivono nel suolo e che rappresentano un esempio di biodiversità emergente in ambienti post-glaciali. La questione della protezione di queste aree, secondo Favre, è destinata a diventare sempre più centrale nel dibattito scientifico e politico.
Un nome per le nuove specie: i cittadini protagonisti
Per rendere la comunità locale parte attiva di questa trasformazione, il parco ha lanciato un’iniziativa partecipativa: il 26 ottobre gli abitanti di Trient si riuniranno per scegliere i nomi da attribuire alle tre nuove specie scoperte. Un gesto simbolico, certo, ma significativo. Favre stesso ammette che non è facile trovare consolazione nella nascita di nuova biodiversità quando si assiste alla morte di un ghiacciaio. Eppure, coinvolgere le persone in questo processo rappresenta un modo per guardare avanti, per costruire un senso di appartenenza a un paesaggio che cambia.
Una trasformazione che richiede scelte collettive
Ciò che emerge da questo scenario è che la scomparsa dei ghiacciai svizzeri non riguarda solo la glaciologia o il turismo. Tocca l’identità delle comunità alpine, ridisegna le dinamiche ecosistemiche e pone domande concrete sul futuro economico di interi territori.
- La perdita di attrattori turistici come la grotta del Rodano impone nuovi modelli di offerta territoriale.
- I pascoli e le vie di transumanza cambiano con il paesaggio circostante.
- La nuova biodiversità post-glaciale offre opportunità scientifiche e culturali ancora da esplorare.
- Le comunità locali sono chiamate a partecipare attivamente alla ridefinizione dei propri luoghi.
La Svizzera alpina sta attraversando una transizione che non ha precedenti nella sua storia recente. La velocità del cambiamento lascia poco spazio alla nostalgia e impone pragmatismo. Eppure, tra la roccia grigia dove un tempo brillava il ghiaccio, si intravedono già i segni di qualcosa che cresce. Il futuro delle Alpi sarà diverso, ma non per forza privo di vita.

