Il price cap di Eni accende il dibattito sui carburanti
Una misura annunciata nel fine settimana, quella del tetto massimo al prezzo della benzina introdotto da Eni — 1,99 euro al litro per la verde e 2,19 per il diesel — ha avuto un impatto immediato e tutt’altro che uniforme sul mercato dei carburanti italiano. Poche altre compagnie si sono accodate: IP, controllata dal colosso azero Socar, ha seguito l’esempio, così come forse farà Esso. Ma l’effetto domino sperato non si è materializzato. Al contrario, è montata una contestazione sempre più rumorosa da parte di chi ritiene questa iniziativa distorsiva e penalizzante.
La protesta dei gestori: scorte già pagate, prezzi invariati
In diverse aree del paese, e in particolare lungo la fascia di confine, alcuni gestori di distributori hanno scelto di non adeguarsi al calmiere, mantenendo i prezzi precedenti all’iniziativa di Eni. Non si tratta di ostinazione fine a se stessa: la ragione è concreta e contabile. Le scorte attualmente nei serbatoi erano già state acquistate a prezzi più alti, con una differenza stimata intorno ai venti centesimi al litro rispetto ai valori attuali.
«Il prodotto è già stato pagato», ha spiegato Daniela Maroni, vicepresidente nazionale di Figisc ConfCommercio, la federazione che rappresenta i gestori degli impianti di distribuzione. Chi gestisce i conti con attenzione, ha aggiunto Maroni, molto probabilmente aggiornerà i prezzi solo una volta esaurite le scorte correnti. Una scelta imprenditoriale legittima, ma che nel frattempo crea una situazione paradossale sul territorio: impianti Eni con file di automobilisti e distributori concorrenti praticamente deserti.
Code chilometriche da un lato, impianti vuoti dall’altro
Il contrasto è visibile a occhio nudo, come dimostra anche il caso di Como. Da un lato, le stazioni di servizio che applicano lo sconto registrano una domanda eccezionale, con il rischio concreto di restare senza carburante già in serata. Dall’altro, i gestori che non aderiscono al price cap si trovano con i dipendenti in attesa e i costi fissi che continuano a girare, senza incassi.
«Se si fa un giro in macchina si vede benissimo: impianti Eni con code chilometriche e altri impianti fermi, a guardare il vuoto», ha dichiarato ancora Maroni, sottolineando come la disparità di trattamento sia sotto gli occhi di tutti. «Gli altri gestori cosa sono? Figli di nessuno. Sembra che siamo fantasmi», ha aggiunto con amarezza.
Le associazioni chiedono un tavolo urgente al governo
La risposta del settore non si è fatta attendere. Le principali associazioni di categoria — Assopetroli-Assoenergia, Faib, Fegica — hanno chiesto al governo di intervenire con urgenza, estendendo il meccanismo del tetto di prezzo anche alla rete dei distributori indipendenti. Questi ultimi rappresentano più di un terzo degli impianti presenti sul territorio nazionale, un segmento tutt’altro che marginale.
«Gran parte della rete distributiva è composta da operatori indipendenti che rischiano la chiusura se il price cap non viene esteso anche a loro», ha avvertito Sebastiano Gallitelli, segretario generale di Assopetroli-Assoenergia, chiedendo la convocazione immediata di un tavolo con tutti i soggetti della filiera.
Il nodo centrale è economico: le grandi compagnie possono assorbire internamente il differenziale tra i prezzi di acquisto e quelli di vendita calmierati. I gestori indipendenti, invece, acquistano il carburante a prezzi di mercato invariati e non possono permettersi di vendere in perdita senza sostegni o compensazioni.
La proposta: un tetto dinamico e universale
Faib e Fegica hanno elaborato una proposta alternativa: un price cap temporaneo, dinamico ed equilibrato, valido per tutti gli operatori indietro di logiche selettive. Un modello simile, fanno notare le organizzazioni, è già adottato in altri paesi europei.
Anche la Cisl si è espressa in questa direzione, chiedendo un tetto dinamico applicabile uniformemente a tutti gli operatori del mercato, con un meccanismo automatico che scatti ogniqualvolta i prezzi alla pompa eccedano quelli giustificati dalle quotazioni internazionali dei prodotti petroliferi.
- Il tetto fisso, nelle condizioni attuali, avvantaggia solo chi può permettersi di applicarlo
- Gli indipendenti restano con costi invariati ma non possono competere sui prezzi
- La distorsione della concorrenza rischia di provocare chiusure a catena
- Un meccanismo dinamico e universale renderebbe la misura più equa e sostenibile
La tempistica controversa dell’annuncio
Uno degli aspetti più criticati è la modalità con cui la decisione è stata comunicata. L’annuncio è arrivato di sabato, senza che vi fosse stato alcun confronto preventivo con le altre compagnie o con le associazioni di categoria. «Non c’è stato neanche il tempo di ragionarci», ha contestato Maroni.
La vicepresidente di Figisc non ha mancato di evidenziare la posizione particolare di Eni nel panorama italiano: lo Stato è il principale azionista della compagnia, il che rende ancora più significativo il mancato coordinamento con il resto del settore. «Eni si è fatta una grandissima pubblicità, e va bene. Ma forse prima sarebbe stato opportuno confrontarsi con le altre compagnie, invece di lasciare i gestori soli ad affrontare una situazione così delicata», ha concluso.
Ipotesi sciopero: il settore al bivio
Mentre le associazioni si riuniscono in consiglio nazionale per valutare le prossime mosse, tutte le opzioni restano aperte. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella di uno sciopero nazionale dei gestori di carburante, una misura estrema che testimonierebbe la profondità del malessere che attraversa una categoria che si sente ignorata e penalizzata da una riforma calata dall’alto senza dialogo.
Il dibattito sul price cap della benzina è dunque tutt’altro che chiuso: quel che sembrava un gesto di responsabilità sociale da parte di Eni rischia di trasformarsi in una frattura profonda all’interno di un settore che chiede regole chiare, condivise e applicabili a tutti.

