Caso Regeni: tre 007 egiziani condannati a Roma per sequestro e tortura, ma non per omicidio

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La sentenza della Corte d’Assise di Roma sul caso Regeni

A quasi dieci anni dalla tragica morte di Giulio Regeni, un tribunale italiano ha finalmente emesso un verdetto nel processo che ha visto imputati quattro agenti dei servizi segreti egiziani. La Corte d’Assise di Roma ha riconosciuto la colpevolezza di tre dei quattro imputati per i reati di sequestro di persona e tortura, escludendo però l’accusa di omicidio volontario. Il quarto imputato è stato invece prosciolto da ogni accusa.

Il processo si è svolto interamente in contumacia, poiché nessuno degli imputati si è mai presentato davanti ai giudici italiani. Una circostanza che riflette, simbolicamente, la postura tenuta dal Cairo lungo tutto il corso delle indagini.

Chi sono i condannati e qual è la pena

Tre uomini legati all’apparato di sicurezza egiziano sono stati ritenuti responsabili dei crimini commessi nei confronti del giovane ricercatore italiano:

  • Maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif: condannato a 10 anni di reclusione. Era considerato dall’accusa come il principale esecutore materiale delle violenze subite da Regeni.
  • Colonnello Uhsam Helmi: condannato a 10 anni.
  • Colonnello Athar Kamel Mohamed: condannato a 10 anni.

Il generale Tariq Sabir, quarto imputato, è stato assolto. La Procura di Roma aveva originariamente chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni di reclusione per ciascuno degli altri tre.

La caduta dell’accusa di omicidio per tutti gli imputati rappresenta uno degli aspetti più discussi del verdetto, anche se i reati contestati — sequestro e tortura — restano gravissimi e descrivono un accanimento sistematico nei confronti di una persona inerme.

Chi era Giulio Regeni

Giulio Regeni era un giovane dottorando di 28 anni, iscritto all’Università di Cambridge, che si trovava al Cairo per svolgere una ricerca accademica sui sindacati indipendenti egiziani. Scomparve il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle manifestazioni di Piazza Tahrir che avevano segnato l’inizio della Primavera Araba egiziana.

Il suo corpo fu rinvenuto circa una settimana dopo, abbandonato in un fossato a bordo strada. Le condizioni del cadavere erano tali da far emergere chiaramente come il giovane fosse stato sottoposto a sevizie sistematiche e prolungate prima di morire. Il caso suscitò un’ondata di indignazione internazionale e aprì una crisi diplomatica tra Italia ed Egitto che si trascina ancora oggi.

La reazione della famiglia e della Procura

Nonostante la pena sia inferiore a quanto richiesto dall’accusa, la famiglia di Giulio Regeni ha espresso soddisfazione per il verdetto. Per i genitori e i loro legali, il riconoscimento giudiziario della responsabilità degli agenti egiziani, anche solo per sequestro e tortura, rappresenta comunque un risultato significativo dopo anni di battaglie processuali e ostruzionismi.

Il procuratore capo di Roma Francesco LoVoi ha sottolineato con forza un elemento ricorrente e preoccupante dell’intera vicenda giudiziaria: la mancata collaborazione delle autorità egiziane. In tutti questi anni, il Cairo non ha mai consegnato gli imputati né ha fornito una piena assistenza alle indagini italiane, un comportamento che ha reso il processo molto più complesso e che ha reso impossibile il pieno accertamento delle responsabilità per il reato più grave, cioè l’omicidio.

Un processo segnato dalla contumacia e dall’ostruzionismo

Il percorso giudiziario del caso Regeni è stato tutt’altro che lineare. In passato, il procedimento era stato temporaneamente sospeso dalla Corte Costituzionale italiana per questioni legate alla notifica degli atti agli imputati: il dubbio era se gli accusati fossero effettivamente a conoscenza del processo a loro carico. Solo dopo oltre sette anni dall’assassinio era stato possibile riprendere l’iter processuale.

La contumacia degli imputati, del resto, non è una casualità: essa rispecchia la posizione dell’Egitto, che non ha mai riconosciuto la giurisdizione italiana sulla vicenda e ha di fatto protetto i propri funzionari dall’azione della giustizia italiana. Una dinamica che la famiglia Regeni aveva già definito, in passato, come una «premiazione della prepotenza egiziana».

Il significato di questa sentenza

Al di là delle singole pene inflitte, questa sentenza assume un valore simbolico e politico rilevante. Per la prima volta, un tribunale di uno Stato democratico ha formalmente accertato — seppur in contumacia — la responsabilità di agenti dei servizi segreti di un paese straniero per gravi crimini commessi contro un cittadino europeo.

Il verdetto ribadisce che l’impunità non può essere garantita dallo status diplomatico o dalla lontananza geografica. Anche se le condanne difficilmente potranno essere eseguite in assenza di un trattato di estradizione tra Italia ed Egitto, esse entrano nel registro permanente della storia giudiziaria e in quello, ancora più importante, della memoria collettiva.

Per la famiglia di Giulio, per i suoi colleghi e per tutti coloro che in questi anni hanno tenuto viva la sua storia, questa sentenza non chiude una ferita, ma conferma che la ricerca della verità — per quanto difficile — non si è mai fermata.

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