Un risultato storico: il 70% dice no all’iniziativa sulla neutralità
La Svizzera ha parlato in modo inequivocabile: più di sette elettori su dieci hanno respinto domenica l’iniziativa popolare che intendeva introdurre nella Costituzione federale una definizione più restrittiva di neutralità. Il testo avrebbe imposto forti limiti alla possibilità di aderire a sanzioni internazionali e di cooperare militarmente con alleanze come la NATO.
Il risultato ha sorpreso per ampiezza e uniformità geografica, tanto da colmare tradizionali divisioni interne al Paese. L’ex consigliere federale Joseph Deiss, già responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri per quattro anni, ha accolto l’esito con una punta di ironia, commentandolo il giorno seguente alla radio-televisione svizzera: «Questa iniziativa di Blocher ha avuto un merito: unire il Paese contro di essa. Il Röstigraben è stato colmato e il punteggio si può persino definire sovietico».
Due lezioni da uno scrutinio senza precedenti
Secondo Deiss, il voto va letto con attenzione perché consegna almeno due messaggi politici profondi.
- La Svizzera non può garantire la propria sicurezza in isolamento. I cittadini sembrano aver compreso che distaccarsi dai vicini europei significherebbe esporsi a rischi concreti, specialmente in un contesto geopolitico sempre più instabile.
- La popolazione è stanca dell’immobilismo. Di fronte a crisi come quella ucraina e a quanto accade a Gaza, molti svizzeri percepiscono la posizione del loro Paese come eccessivamente cauta, quasi timorosa di prendere posizione.
Questi due elementi spiegano, nell’analisi dell’ex ministro, perché il rifiuto sia stato così netto e trasversale.
Non uno status quo, ma una porta aperta al cambiamento
Qualcuno potrebbe interpretare il voto come un semplice mantenimento della situazione esistente. Deiss si oppone a questa lettura: «Non è uno status quo di blocco. Permette al governo, al Parlamento e alle cittadine e ai cittadini di modellare la politica estera con tutte le possibilità di cui abbiamo bisogno».
Vale la pena ricordare che la Costituzione federale del 1999 — alla cui stesura Deiss ha contribuito direttamente — non contiene una definizione precisa di neutralità. Una scelta consapevole: i redattori della carta fondamentale, sulla scia della tradizione inaugurata nel 1848, vollero che la neutralità fosse uno strumento della politica di sicurezza, non un fine in sé.
Neutralità attiva: cosa significa per Deiss
Il cuore del messaggio dell’ex consigliere federale si può riassumere in una sola formula: neutralità attiva. «Vogliamo mantenere la neutralità, ma vogliamo che sia presente, che agisca, non che si limiti a osservare in silenzio», ha dichiarato.
Una neutralità moderna, secondo Deiss, deve evolversi parallelamente al diritto internazionale. Le grandi istituzioni nate nel Novecento — la Carta delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, la Corte penale internazionale — non consentono di equiparare sistematicamente aggressore e vittima. Trattare entrambi allo stesso modo, in nome di una presunta equidistanza, significherebbe tradire i principi stessi su cui si fonda la pace.
«Non possiamo tacere sui bambini deportati dall’Ucraina o su quanto avviene a Gaza solo perché ci definiamo neutrali. I nostri concittadini vogliono che la Svizzera difenda i valori di pace, solidarietà e umanità», ha affermato con forza.
Il rischio della complicità: un monito per il Consiglio federale
Deiss non si è limitato all’analisi. Ha lanciato un appello diretto al governo federale, chiedendo una linea più coerente e coraggiosa di fronte alle violazioni del diritto internazionale. Il ragionamento è netto: «Se non condanniamo i crimini di guerra commessi oggi in diverse regioni del mondo, diventiamo complici». Un’affermazione ancora più significativa considerando che la Svizzera è depositaria delle Convenzioni di Ginevra.
Sul tema delle sanzioni a Israele, l’ex ministro ha preferito non indicare misure specifiche, ritenendo che ogni caso vada valutato nel suo contesto. Ha però chiesto con chiarezza che Berna condanni esplicitamente le azioni israeliane nei territori occupati e in Cisgiordania, criticando quella che ha definito una «tiepidezza» di fondo, anche riguardo al riconoscimento di uno Stato palestinese.
Oltre la neutralità: la dimensione europea del voto
Deiss ha inserito lo scrutinio in un quadro più ampio, quello delle relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea. Il voto si è svolto proprio mentre il Consiglio degli Stati apriva il dibattito sugli accordi bilaterali III con Bruxelles. E secondo l’ex consigliere federale, l’iniziativa sulla neutralità aveva anche un obiettivo di politica europea non dichiarato, strettamente legato agli ambienti dell’UDC.
«Anche se si è sostenuto il contrario, questa era un’iniziativa UDC. Il suo obiettivo andava ben oltre la neutralità», ha detto, citando i legami tra i promotori e diverse figure di spicco del partito.
Un ulteriore segnale preoccupante, a suo giudizio, viene dall’iniziativa cosiddetta «Bussola», che vorrebbe assoggettare i futuri accordi con l’UE alla doppia maggioranza di popolo e Cantoni. Deiss vi legge un nuovo tentativo di isolare la Svizzera dai suoi vicini: «Si ha torto a volersi mettere in quasi-guerra con chi ci circonda, come se fossero nemici, mentre un giorno potremmo aver bisogno di loro per garantire la nostra sicurezza».
Conclusione: il voto come punto di partenza
Il netto rifiuto dell’iniziativa sulla neutralità non segna un punto di arrivo, ma un punto di partenza. La Svizzera ha confermato di volere una politica estera che preservi la libertà d’azione, ma che non si sottragga alle responsabilità che derivano dal suo ruolo internazionale. Ora tocca alle istituzioni — governo e Parlamento in testa — raccogliere questo mandato e tradurlo in scelte concrete, coerenti con i valori che il Paese dice di voler difendere.

