Quando la tecnologia diventa uno strumento di potere geopolitico
Viviamo immersi in tecnologie che non abbiamo creato e che non controlliamo. Smartphone, piattaforme social, servizi cloud, strumenti di intelligenza artificiale: la stragrande maggioranza di ciò che utilizziamo ogni giorno, tanto nella sfera privata quanto in quella professionale, proviene dagli Stati Uniti. Una stima eloquente? Circa l’80% delle tecnologie digitali in uso in Europa e in Svizzera ha origine americana. A ricordarlo con forza è il giornalista Bruno Giussani, autore del libro Moins d’Amérique dans nos vies, ospitato nel programma 60Minuti della RSI.
Giussani è chiaro nel precisare che il suo non è un testo antiamericano, né tanto meno antitecnologico. È piuttosto un appello alla consapevolezza e all’azione: questa dipendenza si è consolidata nel corso dei decenni, mentre l’industria tecnologica europea perdeva progressivamente terreno. Un esempio concreto: venticinque o trent’anni fa il telefono cellulare più diffuso al mondo portava il marchio Nokia, non quello della Apple.
La seconda presidenza Trump cambia le regole del gioco
Per lungo tempo questa situazione è stata considerata accettabile, quasi fisiologica, perché le tecnologie in questione provenivano da un Paese percepito come alleato. Ma il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha modificato radicalmente questa percezione. La cerimonia di insediamento del 20 gennaio 2025, con i vertici delle principali aziende tecnologiche mondiali seduti in prima fila, ha trasmesso un messaggio inequivocabile: la tecnologia è diventata una leva di potere politico.
Secondo Giussani, il patto tra l’amministrazione Trump e le grandi piattaforme digitali regge su una convergenza precisa: le aziende tecnologiche vogliono crescere senza vincoli normativi, e la Casa Bianca è disposta a garantire loro campo libero, soprattutto in materia di intelligenza artificiale. Non solo: Washington ha già minacciato sanzioni verso quegli Stati europei che osassero imporre limiti alle big tech operanti sul proprio territorio. A questo si aggiunge una crescente sovrapposizione tra il settore tecnologico privato e quello militare statunitense, che rafforza ulteriormente questa simbiosi.
Un pericolo concreto per la democrazia
Le preoccupazioni di Giussani non si fermano alla geopolitica. Il giornalista solleva una questione di fondo: questi colossi digitali sono compatibili con i valori democratici? La sua risposta è netta e allarmante. Esistono almeno tre ragioni per cui queste aziende rappresentano una minaccia sistemica:
- La capacità finanziaria senza precedenti: migliaia di miliardi di dollari vengono investiti in data center e infrastrutture, concentrando un potere economico che nessun altro attore — pubblico o privato — può bilanciare.
- Il controllo sulle vite quotidiane: la penetrazione tecnologica nelle abitudini private e lavorative dei cittadini è talmente profonda da rendere queste aziende strutturalmente insostituibili nel breve periodo.
- L’accesso diretto alla sfera emotiva e cognitiva: attraverso chatbot basati sull’IA e piattaforme social, questi sistemi filtrano le informazioni che riceviamo, modellano il modo in cui interpretiamo la realtà e influenzano le nostre decisioni. Un meccanismo che agisce direttamente sulla mente, non sulla sfera pubblica.
A tutto ciò si somma un elemento strutturale: si tratta di aziende globali per natura, che sfuggono di fatto a qualsiasi giurisdizione nazionale. Nessun governo può effettivamente regolamentarle in modo efficace da solo. E non è una coincidenza, sottolinea Giussani, che la progressiva erosione delle democrazie a livello mondiale abbia camminato di pari passo con l’ascesa del potere digitale.
Sovranità digitale: un concetto politico prima ancora che tecnico
La risposta che Giussani propone si chiama sovranità digitale. Non si tratta di un concetto meramente tecnico, ma di una scelta politica e culturale: la capacità di decidere autonomamente come utilizzare le tecnologie, come proteggere i propri dati, come gestire i servizi pubblici e come proiettare la propria economia nel futuro. Chi controlla queste infrastrutture, oggi, ha in mano non solo il presente ma anche la direzione verso cui si muove una società intera.
Esistono alternative praticabili? Sì, ma con un’avvertenza importante: sono solo parziali. Per molte applicazioni, software e servizi digitali di uso comune esistono già soluzioni europee o nazionali, spesso meno conosciute semplicemente perché meno pubblicizzate. Il divario più critico rimane però quello infrastrutturale. Europa e Svizzera sono ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti per:
- Sistemi di cloud computing su larga scala
- Data center e infrastrutture di archiviazione
- Reti di trasmissione dati
- Produzione di microprocessori
In questi ambiti, colmare il divario richiede investimenti massicci, tempi lunghi e soprattutto una volontà politica che finora ha stentato a manifestarsi con la necessaria coerenza.
Fare scelte coerenti, non soltanto dichiarazioni d’intenti
Il messaggio di Giussani non si ferma alla diagnosi. L’invito è concreto: per ridurre la dipendenza tecnologica dagli USA bisogna compiere scelte coerenti, anche quando queste scelte implicano un cambiamento di abitudini o il passaggio a strumenti meno intuitivi. Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di isolarsi, ma di recuperare una forma di autonomia consapevole, individuale e collettiva.
In un’epoca in cui le democrazie sembrano sempre più fragili e le grandi piattaforme digitali sempre più potenti, la questione della sovranità tecnologica non è un tema da addetti ai lavori. È una questione che riguarda tutti i cittadini europei e svizzeri, e che dovrebbe stare al centro del dibattito politico con la stessa urgenza con cui si discute di sicurezza, economia o cambiamento climatico.

